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Mi piacerebbe proprio raccontarvi questa storia, ma non so da dove cominciare, potrei forse cominciare dalla fine, e dire che le persone presenti in questo racconto sono tutte morte, asfissiate dal gas fuoriuscito da un impianto malfunzionante. Tutte tranne me, ovviamente, che sono ancora qui a tentare di raccontarvi tutto questo.
Quella sera venivamo da una brillante cena in un ristorante messicano, avevamo bevuto un po', non tanto, quanto bastava a far alzare il volume della voce e camminare a braccetto tutti insieme. E quando passammo in piazzetta Bossi, proprio dietro la Scala, sentimmo che c'era un'acustica niente male, così decidemmo di metterci a cantare una canzone di Fossati, quella che fa: la costruzione di un amore, spezza le vene delle mani... è una canzone bellissima e a me piaceva cantarla lì, la voce risuonava bene e poi l'aria pizzicava la gola, e la Scala proprio lì dietro, che bello, insomma volevo continuare a cantarla, ma gli altri volevano andare a dormire, cosi io rimasi in quella piazzetta, e loro andarono...
E poi i conoscenti che dicevano: ma guarda come va la vita, l'avresti mai detto, il destino, e per dargli più importanza lo pronunciavano in stampatello: IL DESTINO.
In quel momento non avevo proprio voglia di stare a rispondere, facevo di sì con la testa e basta, ma avrei voluto dire che queste sono tutte palle, che le cose succedono per caso e se uno vuole rimanere a cantare per strada deve rimanere a cantare, e se vuole andare a dormire deve andare a dormire, per il resto è tutta una questione di culo, e se volete ve lo scrivo in stampatello:
QUESTIONE DI CULO.
Linda ed io ci conoscevamo da quando eravamo alti così, abitavamo nello stesso palazzo, io al quinto e lei al terzo piano, e solo l'inquilina del quarto può sapere quanto amore corresse tra quei due piani. Eravamo ragazzini e l'amore era una piccola cosa, era fatto più che altro di misteriose complicità, di messaggi scambiati dalle finestre.
Ci fidanzammo ufficialmente verso i quindici anni, era un periodo strano quello, stava avvenendo qualcosa di terribile nei nostri corpi e avevamo bisogno di coraggio, stiamo diventando grandi, mi diceva sempre lei, stiamo diventando brutti, pensavo io.
Sembrava che ogni parte del corpo avesse preso una propria strada, anche nei nostri sogni apparivamo come mostri con teste enormi su corpi piccolissimi, o piedi giganteschi in scarpe da bambini.
Ci raccontavamo i nostri sogni e rimanevamo perplessi, eravamo spaventati, stiamo crescendo, insisteva lei, e mi faceva coraggio, come sempre. Una domenica si presentò a casa mia, e mi accorsi che il suo viaggio verso il perfido mondo degli adulti era terminato, ogni cosa aveva preso il posto giusto, come un puzzle finalmente concluso, ed era bellissima, era pronta, e per quel che ne sapevo io a quel tempo, era donna.
E da quel momento fu rapita da principi azzurri vari che le regalarono regni arditi fatti di automobili splendenti, di discoteche, di ore strappate alla notte.
Scoprì anche il sesso, suppongo.
Io passai gran parte del tempo a testare la mia resistenza in fatto di fallimenti amorosi.
Ottima, direi.
Poi tornò da me, i principi azzurri si rivelarono tutti dei ranocchi travestiti, gli uomini sono tutti uguali, mi diceva ogni volta, e io le offrivo la spalla per far scendere le sue lacrime.
Spalle a grondaia, le chiamavo.
Meglio i ranocchi con la faccia da ranocchio, allora, meglio chi sa ascoltare in silenzio che i rombi di motore e i troppi decibel delle discoteche, meglio me, insomma.
Mattia non ti lascio più.
Mattia sarei io.
Alfredo e Maria erano in classe con me al liceo, ci vedevamo spesso la sera, loro due e noi due, io e Linda fidanzati, Alfredo e Maria no. E così Linda mi diceva spesso: bisogna assolutamente farli mettere insieme.
E io rispondevo: perché?
Ma perché si piacciono!
E allora perché non si fidanzano da soli?
Perché l'amore è complicato, diceva Linda.
Che l'amore fosse complicato l'avevo capito da tempo, proprio per questo non avevo nessuna intenzione di occuparmi anche di quello degli altri. Ma probabilmente le donne sanno come gestirlo, perché in fondo è tutta una questione di tecnica, e Linda a forza di manovrare e trafficare riuscì ad unirli.
Sei una strega! le dissi un giorno, o forse dissi sei un angelo, non ricordo, comunque poco importa, Alfredo e Maria scoprirono che erano fatti l'uno per l'altra, o meglio non lo scoprirono ma se lo inventarono, trasportati dall'energia unificatrice di Linda che mandò in frantumi ogni fondamento astrologico.
L'idea di prendere un appartamento noi quattro insieme venne a Maria. Io ero appena diventato uno splendido studente universitario mantenuto - e in quegli abiti mi ci sentivo proprio bene - Alfredo tentava di fare l'artista dipingendo degli orrendi paesaggi onirici e Linda era stata convinta dal papà a lavorare nel loro negozio di antichità, di quelli un po' snob dove ti dicono il prezzo dell'oggetto solo quando hai deciso di comprarlo.
Maria faceva di giorno l'apprendista commessa in un negozio di trucchi e parrucche specializzato in materiale teatrale, e la sera friggeva patatine in un fast-food.
Lavorava così tanto perché aveva bisogno di essere assolutamente indipendente dalla famiglia, non ne poteva più di stare in quella casa, di sentire le stronzate del padre e le paranoie della madre, era stanca di non avere la complicità del fratello, di vedere i quiz alla televisione, di dover soffrire in silenzio chiusa dentro il bagno.
Allora ci convinse tutti a prendere una casa, e se per lei era un fatto ormai vitale, per noi altri era un gioco, parlavamo di necessaria indipendenza dalla famiglia e poi ci facevamo preparare le teglie di pasta al forno dalle mamme, portavamo i panni da lavare, ci facevamo pagare le bollette.
Tutte le volte che Maria doveva passare nella casa paterna diceva: vado nel regno dell'incomprensione, e a noi piaceva quella frase, così la soprannominammo la Principessa Incompresa.
Alfredo lo chiamammo il Topo, e adesso vi spiego perché: quando Maria compì vent'anni io scrissi una favola per lei che si intitolava appunto La principessa incompresa.
Questa principessa viveva in un castello un po' bizzarro dove le parole avevano sempre un significato diverso da quello reale, così quando lei chiedeva un bicchiere di acqua le damigelle le portavano un cappellino, se dava il buongiorno al re e alla regina, questi rispondevano: oh, come ci dispiace!
Ovviamente la principessa ne soffriva moltissimo, non aveva nessuna speranza di farsi capire e spesso scoppiava in lacrime, tanto che la nutrice subito le diceva: smettila di correre che ti fai male!
Ma ad un certo punto della storia sbucò un topo che usava le parole nella maniera giusta, e così divennero grandi amici e lui le insegnò il modo di farsi capire dagli altri: bastava imparare il linguaggio del castello, e se voleva bere doveva dire portatemi al museo delle cere, se voleva far vedere che era triste doveva mettersi a testa in giù e camminare sulle mani.
Insomma tutto questo per dire che Maria con tutti noi usava un linguaggio alterato, diceva sempre cose senza senso e rideva ad ogni fesseria, ma solo con Alfredo metteva le parole al posto giusto, solo a lui mostrava tutta la sua sensibilità e la sua intelligenza, solo a lui mostrava la grandezza della sua anima, solo a lui, solo a lui, ed io, chissà perché, ne sono sempre stato un po' invidioso. Fu lei ad attaccare il tormento del gas, cominciò a dire: ma non sentite odore di gas? ci dev'essere una fuga di gas, bisogna far controllare il gas.
Passammo un anno di euforia in quella casa, poi si cominciò a guastare tutto con stupide questioni, come i turni per pulire il bagno, i piatti da lavare, il telefono sempre occupato, incomprensioni varie che avevano il solo scopo di nascondere il fatto che il gioco era finito e iniziava ora la vita così com'è, cioè pallosa.
Si prese un andamento un po' familiare, ogni coppia nella propria camera a sbrigare faccende di tipo casalingo, ognuno per sé a tentare di capire cosa ci fosse di sensato in una città come Milano, o in un paese come l'Italia, o in un mondo così.
E un bel giorno presi la laurea, un 110 che sorprese tutti quanti, tranne Linda naturalmente, che siccome mi vedeva bellissimo pensava che 110 fosse il minimo che meritassi.
L'amore è cieco ed esagerato, vero Linda?
Verissimo.
Si festeggia! disse Alfredo con la sua voce da aspirante pittore, e ce ne andammo in un ristorante messicano, definito tale solo perché aveva un sombrero appeso al muro e alla fine del pasto passavano a servire le tequile bum-bum.
Maria quella sera rise sin dal primo bicchiere di vino frizzante che ci servirono al banco, in attesa del tavolo. Aveva una risata squillante e fastidiosa che chiunque l'avesse sentita avrebbe sicuramente pensato: questa qui è proprio un'oca! Ma solo la gente del castello incantato poteva vederla allegra, il Topo sapeva che era nervosa, che non ce la faceva più a friggere patatine e a vendere peli posticci, tanto nella sua testa lo sentiva lo stesso il peso delle parole di quell'imbecille del padre, e i silenzi malati della madre, e ogni tanto sentiva l'angoscia crescere anche quando Alfredo faceva quei discorsi insensati sul lavoro, sulla famiglia, sulle cose da fare e da non fare, ma dov'è andata a finire quella vita spigolosa e affascinante che m'avevi promesso? a che servono i tuoi disegni strani se poi non ti ci tuffi dentro? Topastro, non sparire anche tu.
E rideva, rideva.
Linda era più felice di me quella sera, io ero frastornato dal fatto incredibile di avere ormai finito l'università, di non poter più essere un mantenuto senza sensi di colpa. Mi aspettava un radioso futuro da disoccupato, il che voleva dire passare da Speranza per la nazione a Scarto della società, in un solo giorno. Linda aiutami tu, aiutami tu.
Alfredo non fece altro che darmi pacche sulle spalle e dirmi: bravo! proprio bravo! e faceva una faccia così stupita che mi fece capire che tipo di considerazione avesse della mia intelligenza.
E bravo Mattia! che sarei io.
Così uscimmo dal ristorante a braccetto tutti e quattro, avevamo bevuto un po', quel tanto che ci permetteva di far finta di essere ubriachi, Maria rideva come una pazza e ci faceva fermare sempre, Alfredo tentava ogni due secondi di iniziare delle discussioni filosofiche, allora diceva: perché secondo me il mondo è a un bivio, e lì Maria si buttava per terra dal ridere, Linda tentava di non mortificarlo e gli diceva eggià, è proprio vero, eggià. Poi entrammo in piazzetta Bossi e lì mi accorsi che le voci risuonavano bene, così, all'improvviso, cominciai a cantare:
la costruzione di un amore
spezza le vene delle mani
Alfredo subito disse: che palle con 'sto Fossati, Linda invece iniziò a cantare insieme a me, poi si unì Maria
mescola il sangue col sudore
se te ne rimane... e Alfredo a dire andiamo a casa, voglio dormire, e Maria a ridere... la costruzione del mio amore
mi piace vederla salire
come un grattacielo di cento piani
guardarla, non vederla, disse Linda
mi piace guardarla salire
come un grattacielo di cento piani
o come un girasole
Andiamo a dormire, diceva Alfredo, Maria rideva, a me piaceva stare lì a cantare, Linda era bella come al solito, più del solito, a pensarci adesso.
Così loro andarono a dormire, resta con me, dissi a Linda, tu sei pazzo, rispose lei, e rimasi da solo a cantare, allora mi misi proprio in mezzo alla piazza, mettendo le mani in avanti, come se davvero avessi le vene spezzate e il sangue si andasse a mischiare col sudore
non ripaga del dolore
è un altare di sabbia
in riva al mare
ed io malmenavo questa bellissima canzone, rivolto verso la banca come se fosse un immenso edificio di sabbia, e da una finestra di questo edificio mi immaginavo Linda che mi faceva ciao con la mano, e io ero lì come per dire adesso arrivo, fammi terminare la costruzione di questo gigantesco amore, ancora un pezzettino, un po' di sabbia, un po' di acqua, una conchiglia ancora e poi sono da te, e ci ameremo in tutta tranquillità dentro l'amore che ho costruito con il sangue delle vene spezzate, per te Linda, solo per te, e mettevo le mani davanti come per dire: vedi?
ed io ci metto l'esperienza
come su un albero di natale
come un regalo ad una sposa
o un qualcosa che sta lì
E che non fa male... ed era bella quella notte, rimasi in strada non so quante ore, camminavo e cantavo, fino a che la voce se ne andò del tutto, forse sono veramente pazzo, ma ero felice, me ne andai in giro tutta la notte, da solo, senza pensare più a niente, senza più bisogno di niente, leggero come chi si porta sulle spalle un immenso edificio di sabbia, dentro il quale c'è una bellissima ragazza che saluta e aspetta, quando vieni? ancora un attimo, una conchiglia sola, un po' di acqua e arrivo, dentro il nostro amore, ancora un momento, e sono da te.