Massimiliano Volpini

web page
    
 
biografia
video
racconti
news
contatti
 
indice racconti
Il tempo incastrato

1.
Gli artisti sono gente strana, gente dalla morale ambigua a cui non dovreste mai prestare dei soldi.
E di amicizia neanche a parlarne, perché invecchiano male e prima o poi vi fregano.
Lo sapeva bene il Beppe che ora li guarda immobile dall'alto del suo piedistallo, proprio di fronte alla casa di riposo da lui voluta.
Per gli artisti la vecchiaia è rancore e dolore, dolore fisico s'intende, dopo una vita passata a massacrarsi i piedi, la gola, o le mani.
Come Aristide detto Ariosto, tenore muto di novant'anni, vecchia gloria del Regio di Parma e amante segreto della Regina di Chissadove.
Le sue corde vocali sono buone per farne stringhe di scarpe, e che rabbia e che invidia vedere le due streghe milanesi fare a gara a chi urla di più.
Le due streghe sono Luce e Marienza, centottant'anni in due, Marienza è più grande, anzi è Luce la più grande, ma figurati si vede benissimo che sei più vecchia di me, stai zitta invidiosa, invidiosa a me, ah! ah! ah!
Così tutto il giorno, e se fuori non piove si può tentare un acuto, allora sì che son dolori, per le orecchie degli altri s'intende, e il povero Ariosto muto e seduto le guarda e le odia, e che rabbia e che dolore.
Aristide detto Ariosto aveva un do di petto che era tuono e poesia, tenebre e luce, acclamato dal pubblico e amato dalle donne, quando entrava in scena faceva innamorare le regine di Ognidove.
Cosa darebbe per un altro acuto, e un altro applauso, e un altro inchino.
Ora è muto del tutto, se si escludono i rantoli rabbiosi rivolti alle streghe.
State zitte, per favore, state zitte.
Gh gh, gh gh.



2.
Ariosto passa le giornate seduto su una sedia più vecchia di lui situata in un angolo della sala da pranzo, da dove può guardare il mondo fuori dalla finestra senza perdersi il mondo di dentro.
Immaginatevi un uomo seduto e muto sul bordo della galassia, di là i pianeti e le stelle, di qua un buco nero fatto di ricordi inventati e polvere di gloria.
E già che ci siete immaginatevi Luce e Marienza che berciano dentro il buco nero rinfacciandosi un dispetto fatto cinquant'anni prima.
Perché le streghe si conoscono da quando sono entrate nel coro della Scala, sempre fianco a fianco in scena e in camerino, si sono fatte piccoli dispetti fino alla pensione, quando si sono perse di vista per quindici anni.
Rintanate in qualche stanza piena di foto e di cipria, sono rimaste inermi e tristi, fino a quando parenti affettuosi e bisognosi dell'appartamento le hanno amorevolmente scaricate nella Casa di Riposo per artisti Giuseppe Verdi.
Sì, il suddetto Beppe che osserva dal piedistallo.
Così si sono ritrovate vicine di stanza, e grazie alla cattiveria hanno ripreso a vivere.


3.
Nelle case di riposo, si sa, il tempo ha un ritmo tutto suo.
Esiste la domenica, quando a volte vengono i parenti a portare le paste, ed esiste il tempo di un calendario personale: il mese di una volta, l'anno di quando, il giorno in cui.
Nella Casa Verdi la memoria la vedi e la tocchi, è fatta di costumi, diari, gioielli, locandine ma soprattutto foto, tantissime foto, pareti intere di foto, cornici in argento su ogni tavolo, album in ogni cassetto, ritagli in ogni tasca.
Questa sono io con il Maestro, qui con l'Ambasciatore, qui con il Principe.
Quella volta quando. Il giorno in cui.

L'unica a non avere foto è Gattinoni Eugenia Maria, etoile della danza del tempo dei cavalli, per dire di tanti tanti anni fa.
Inutile starli a contare, era un'epoca in cui quando passava un'auto tutti si giravano a guardare, e un uomo coi guanti bianchi veniva sempre salutato.
Non serve dire sessanta, ottanta anni fa, perché era un altro mondo.
Gattinoni Eugenia Maria e Aristide Ariosto Mazzoni sono alieni in attesa di essere riportati a casa.

Immaginate quel mondo, quello dell'auto scoperta che si ferma in mezzo alla piazza e tutti si girano.
Il mondo del signore con i guanti bianchi, che aspetta fuori dal teatro l'uscita della sua ballerina preferita, la splendida, incantevole, gracile e meravigliosa Eugenia.
Immaginate la diva che esce con un mazzo di fiori e il viso stanco, pensatela mentre si fa portare via dall'ammiratore misterioso, e tenete lo sguardo su di loro mentre sfrecciano via per le strade di Milano
Bisogna tener presenti certi vecchi film, avvertirne gli odori, inventarsi un colore per la carta da parati del Grand Hotel dove sono andati ad amarsi.
E non basta guardare nel buco della serratura, bisogna avere fantasia e pudore per vedere due alieni amarsi di passione antica.
Vi vengono immagini in bianco e nero?
Succede, ci vuole un po' di pratica.
Ma anche senza colore va bene, soprattutto quando dovrete pensare a quella volta in cui milioni di foto sono volate giù dalla terrazza di una casa del centro.
Foto di cigni, silfidi e contadine impazzite, foto con l'Ambasciatore, con il Maestro, con il Principe.
Volate giù nel cielo in bianco e nero di una cartolina da un altro mondo.
Una brutta storia, lasciate stare, tornate con la mente al buco nero, dove le streghe continuano a punzecchiarsi e a fare la gara di acuti, e Fernando il trombettista sediarotellato che corre per le sale della casa come un forsennato soffiando nella sua tromba.
Arriva Fernando culo caldo! Pepperepè.
E ci mette un attimo a stirarti sotto le sue ruote se non ti scansi in tempo.
Se non altro lui del passato se ne frega, ma è un orchestrale, per lui la gloria è l'applauso dei musicisti fatto battendo i piedi sul pavimento, dopo un assolo ben fatto.
Gli orchestrali sono altra roba, poche storie.
Arriva Fernando culo caldo, e se non ti togli di mezzo sei fritto.
Pepperepè.


4.
La domenica arrivano i parenti con le paste.
Cioè, non sempre arrivano e non sempre hanno le paste, in ogni caso la domenica è il giorno che appartiene al presente e al mondo di fuori.
Il Mondodifuori in genere si manifesta sotto forma di annoiatissimi nipoti costretti a sentire i racconti della nonna per interminabili pomeriggi.
E di solito le paste le fanno fuori tutte loro. Piccoli bastardi.
Ma a volte succede che la domenica sera l'Accademia della Scala organizzi delle brevi esibizioni all'interno della casa, come dire la speranza che rende omaggio alla memoria, o il futuro che si mostra al passato, come dire siete vecchi.
Le chiamano serate di solidarietà, che non è proprio il massimo dell'eleganza, tanto che Fernando Culocaldo una volta ha detto: se volete farci solidarietà portateci il panetùn, nel senso di panettone.
Comunque quando arrivano gli allievi è sempre un momento di eccitazione.
Le streghe si truccano che sembrano bambole di porcellana squagliate al forno, Fernando prepara sempre degli scherzi terribili che prima o poi ci rimedia un sacco di botte se lo acchiappano, e la fu splendida Eugenia si fa portare la sua poltroncina in prima fila, in modo da seguire lo spettacolo in silenziosa e dolceamara inquietudine.
In genere vengono quattro o cinque ragazzi, magari un quartetto e un cantante, o due ballerini e un pianista, un trio e una ballerina, cose così.
Fanno qualche pezzo del repertorio, quello che si riesce a fare in uno spazio così piccolo.
I vecchi seguono attenti e ammirati, sorpresi che continui ad esistere l'Arte nonostante loro abbiano smesso, inspiegabilmente, di essere giovani.
Dopo lo spettacolino c'è sempre un caloroso applauso, seguito da qualche consiglio, suggerimenti dati da chi ha lunga esperienza, ma giusto così, una piccola osservazione, tutto perfetto eh!, ma quel passaggio, sai in quel punto, dovresti farlo più... se posso farti un appunto... se tieni le dita così viene meglio, ma no che dici, si fa così, senti vuoi che non sappia come si fa, no che non lo sai, l'ultima volta che hai preso un violino Garibaldi era ancora vivo!
I giovani ascoltano con rispetto e ammirazione, cercano di capire le correzioni e di farne tesoro, anche se a volte è difficile capirli, i vecchi si perdono nei loro discorsi, si contraddicono uno con l'altro.
Poi quando si accalorano gli tolgono di mano gli strumenti e cominciano a suonare, ascolta questo, zan zan, e le streghe si strozzano per beccare la nota giusta, si gorgheggiano addosso, sempre più acute, sempre più gracchianti.
Tutta la sera così, con Ariosto l'alieno che li osserva rabbioso dal suo angolo di universo, lui non ha consigli da dare né voce per dirli, del resto non c'è talento nei giovani d'oggi, non c'è speranza per questo mondo, non c'è Arte che possa sopravvivere, almeno fino a quando non verranno a riprenderselo i diavoli dell'inferno, o i parenti, o chi per loro.


5.
La fu meravigliosa Eugenia Maria guarda con occhi di fuoco i giovani artisti, resta seduta fino alla fine, poi senza dire nulla se ne torna in camera.
Parla sempre poco l'Eugenia, non si sa quasi nulla di lei, non ha foto della gloria passata, non ha scatole piene di cose da rovistare tutto il giorno.
Non ha concesso appigli alla memoria, se non quello spettacolino degli allievi, che ogni volta la prende con violenza e la scaraventa ai primi del 900, dove la gracile Eugenia è una fanciulla dal talento misterioso, con quell'aria da angelo sperduto, i piedi d'acciaio e le braccia fatte d'aria.
Il direttore della compagnia la prese neanche diciottenne e la fece debuttare in Giselle.
Chi ebbe la fortuna di vedere lo spettacolo parlò di struggente poesia, meraviglia, magia.
Tra il pubblico, qualcuno quella notte fece sogni d'angoscia.
Il mistero ha sempre seguito la carriera della diva, forse per colpa di quegli occhi così chiari da essere color del niente.
Sparì dalle scene all'improvviso, e dal giorno in cui piovvero foto dal cielo nessuno seppe più nulla.
Le giovani ballerine che vengono ad esibirsi alla casa di riposo sentono addosso il suo sguardo di fuoco e ne hanno paura.
Sguardo diventato umido e carico di tenerezza quando la piccola Angiolina è venuta a fare la morte del cigno.
Angiolina è una ragazzina dai piedi d'acciaio e le braccia fatte d'aria, lo sguardo d'angelo sperduto e gli occhi color del niente.
Quell'assolo che sa di morte era diventato qualcosa di diverso, era un cigno che si presenta alla vita, lo spaventoso giorno in cui l'anatroccolo diventa cigno.
Nonostante l'incredibile somiglianza tra Angiolina e la piccola ballerina dei primi del 900, quella volta Eugenia non viaggiò nel tempo, rimase ancorata al mondo presente di Angiolina che fa la morte del cigno, era a tutti gli effetti seduta su una poltroncina damascata a guardare con gli occhi lucidi qualcosa di straordinario: il talento.
Il talento, che cosa bizzarra, tutti credono di averlo eppure rimangono a bocca aperta ogni volta che se lo ritrovano davanti per davvero. Non ci sono discussioni, non ci sono consigli, si può solo rimanere a bocca aperta, come le streghe, finalmente ammutolite, o come quel crapone di Fernando che quasi gli veniva da piangere.
Alla fine dell'esibizione Eugenia chiamò Angiolina e la fece avvicinare, le prese le mani e le sussurrò: la danza è un'arte fragile e misteriosa. Tu hai un dono prezioso, abbine cura.
Angiolina ascoltò con la faccia seria dei ragazzini quando sono seri.
Non era molto chiaro il discorso della vecchia, però parlava di dono prezioso e sicuramente era una cosa buona.
Si promise di custodirlo per tutta la vita, di qualunque cosa si trattasse.


6.
Così passa il tempo alla casa di riposo, a sbalzi e sussulti, corse in avanti e tuffi all'indietro.
C'è una pendola impazzita che quando vuole fa cucù, ed ecco che sei ai primi del 900, in una scuola di danza che odora di sudore e ormoni in crescita, poi di nuovo cucù, e sei a oggi, nell'anno di adesso, nel mese di ora, a guardare la morte di un piccolo cigno.
Viaggi nel tempo individuali, ma può capitare che qualcuno venga trascinato di riflesso nel viaggio di un altro.
Come quando Ariosto era in piedi in mezzo alla sala, in piena notte, praticamente al buio, a cantare la Traviata.
Dalla sua voce non usciva nulla, il corpo e la voce avevano preso una distanza spazio-temporale troppo grande.
Eugenia stava passeggiando per i corridoi e lo vide, all'inizio non capiva, lui era di schiena e si muoveva come se fuori dalle finestre ci fossero mille persone a guardare, la scena le era familiare al punto che sentì saltarle in gola quella prugna secca che fungeva da cuore.
Entrò nella stanza e in un attimo venne risucchiata nel vortice di quel viaggio nel tempo.
Si ritrovarono negli anni '50, al Regio di Parma, lui era sul palcoscenico a cantare l'ultima aria di Traviata.
Aristide era un giovane tenore al suo debutto al Regio.
La voce era potente e cristallina, l'esecuzione non perfetta ma così carica di passione che il pubblico era rapito ed emozionato.
In prima fila erano seduti Eugenia Maria e il suo misterioso amante, si tenevano la mano e palpitavano insieme ad altri mille per la triste sorte di Alfredo e la sua Violetta.
Alla fine dell'opera Aristide avanzò cauto in proscenio, quasi timoroso della risposta del pubblico.
Venne accolto da un fragore che lo stordì, rimase con un sorriso ebete e lo sguardo perso per qualche istante, poi sentì crescere una gioia così grande che avrebbe voluto urlare, sì, tirare fuori tutta la voce e consumarla per intero in quella serata.
E forse ne sarebbe valsa la pena, senza dover patire l'angoscia delle prime stecche, della voce che ti tradisce all'improvviso, e infine della malattia che lega le corde vocali e ti toglie per sempre le note e le parole.
Sì, ne sarebbe valsa la pena.


7.
Maria Eugenia e l'uomo misterioso uscirono dal teatro pieni della gioia di chi sa di aver partecipato ad uno storico debutto, solidarietà d'artista e passione carnale rendevano quella serata bella e speciale, che avrebbe avuto la sua giusta conclusione nella stanza di un hotel.
Camminavano per le strade abbracciati e sorridenti, molti del pubblico avevano riconosciuto la stella della danza e la salutavano con un cenno della testa.
Nell'aria notturna di un mondo senza auto lo sparo suonò come lo starnuto di un dio.
L'uomo misterioso si accasciò al rallentatore, si percepì il movimento rapido di un paio di ragazzi che sgusciavano via, perdendosi nella notte.
Quella sera finì la vita del misterioso amante di Eugenia.
Si dice che fosse un importante impresario e che fosse straniero.
Si dice che venne ucciso per vecchie storie legate alla guerra.
Si dice che Eugenia si ammalò di malinconia e da allora il tempo si incastrò, il tempo si incastrò, il tempo si incastrò.




8.
Un uomo di novant'anni è seduto su una sedia più vecchia di lui messa sul bordo della galassia.
Ha una scatola sulle ginocchia con dentro foto, bigliettini e articoli di giornale, come dire la scatola nera della sua vita, come dire tutto ciò che resta.
Lì dentro la macchina del tempo impazzisce, gli anni si accavallano, si sovrappongono, il prima e il dopo si scambiano, gli istanti si ripetono.
In quella scatola c'è l'universo prima del Big Bang.
Ora il vecchio ha tra le mani una foto scattata in un camerino, lui ha addosso il costume di Alfredo e sorride impacciato ad una bella signora venuta a complimentarsi con lui.
Ecco, questo è il giorno del tuo debutto al Regio, quando avresti voluto gridare così tanto da esaurire la voce tutta in quel momento. Ne sarebbe valsa la pena, vero? Ricordi quanti applausi, e com'era bello continuare ad uscire fuori dal sipario.
Bravo! Bravo! Bravo!
Quanta gente venuta a congratularsi in camerino, c'erano i signori importanti, ma nessuno era importante come te quel giorno.
Questa bella donna, sì, ora ti viene in mente, era una famosa stella del balletto, ti disse che le avevi regalato una grande emozione, era felice.
Ricordi quegli occhi che a guardarci dentro facevano paura?
E quell'uomo che si intravede nella foto, il tipo assassinato all'uscita del teatro, ricordi?
Alzati da quella sedia e va' da lei, vai dalla signora con gli occhi color del niente e portale questa foto, i giochi del destino sono oscuri e maledetti, e tu non puoi far altro che portare la foto alla donna senza passato e dirle che si possono buttare dalla finestra tutte le foto, ma il dolore resta dolore e il buco che ha nell'anima non si riempirà più.


9.
Ariosto si è fermato sulla porta della stanza di Eugenia, lei è di spalle e tiene la foto tra le mani.
Da troppi anni non vede un'immagine della sua vita e guardarla adesso è come fissare il sole dopo cento anni vissuti al buio.
Sente male agli occhi e al cuore, Eugenia si siede, ci vuole tanto sangue per provare un'emozione così forte e quella prugna secca che ha nel petto non ce la fa.
Una foto che è come milioni di foto dentro una scatola, è una bomba messa in un magazzino pieno di oggetti, è un paio di scarpette che fanno male e un tutù bianco per fare il cigno, è il primo spettacolo, è la musica della pazzia di Giselle, m'ama non m'ama, è un applauso che non finisce mai, è un uomo misterioso da amare alla follia e cercare con gli occhi nel buio della platea, è uno sparo nella notte, è uno strano malessere che non va più via.
Ariosto vorrebbe dire che gli dispiace, forse non avrebbe dovuto farle vedere la foto, vorrebbe scusarsi di tanta indelicatezza, ma Ariosto non ha voce ma solo lacrime e mani.
Le accarezza la testa, lei lo guarda con gli occhi color del cielo, vorrebbe dirgli di non preoccuparsi, è la vita che è strana, e che le è piaciuto sentirlo cantare, vorrebbe dirgli che è stata contenta di vedere la foto, e che non importa, veramente, amico caro, non mi importa.


A volte nella casa di riposo Giuseppe Verdi il tempo riprende il suo percorso, il giorno e la notte, i mesi e le stagioni, tic tac tic tac, e non c'è scatola di foto che lo possa fermare.



indice racconti