Il tempo incastrato
1.
Gli artisti sono gente strana, gente
dalla morale ambigua a cui non dovreste mai prestare dei soldi.
E di amicizia neanche a parlarne,
perché invecchiano male e prima o poi vi fregano.
Lo sapeva bene il Beppe che ora li
guarda immobile dall'alto del suo piedistallo, proprio di fronte alla
casa di riposo da lui voluta.
Per gli artisti la vecchiaia è
rancore e dolore, dolore fisico s'intende, dopo una vita passata a
massacrarsi i piedi, la gola, o le mani.
Come Aristide detto Ariosto, tenore
muto di novant'anni, vecchia gloria del Regio di Parma e amante
segreto della Regina di Chissadove.
Le sue corde vocali sono buone per
farne stringhe di scarpe, e che rabbia e che invidia vedere le due
streghe milanesi fare a gara a chi urla di più.
Le due streghe sono Luce e Marienza,
centottant'anni in due, Marienza è più grande, anzi è
Luce la più grande, ma figurati si vede benissimo che sei più
vecchia di me, stai zitta invidiosa, invidiosa a me, ah! ah! ah!
Così
tutto il giorno, e se fuori non piove si può tentare un
acuto, allora sì che son dolori, per le orecchie degli altri
s'intende, e il povero Ariosto muto e seduto le guarda e le odia, e
che rabbia e che dolore.
Aristide detto Ariosto aveva un do
di petto che era tuono e poesia, tenebre e luce, acclamato dal
pubblico e amato dalle donne, quando entrava in scena faceva
innamorare le regine di Ognidove.
Cosa darebbe per un altro acuto, e
un altro applauso, e un altro inchino.
Ora è muto del tutto, se si
escludono i rantoli rabbiosi rivolti alle streghe.
State zitte, per favore, state
zitte.
Gh gh, gh gh.
2.
Ariosto passa le giornate seduto su
una sedia più vecchia di lui situata in un angolo della sala
da pranzo, da dove può guardare il mondo fuori dalla finestra
senza perdersi il mondo di dentro.
Immaginatevi un uomo seduto e muto
sul bordo della galassia, di là i pianeti e le stelle, di qua
un buco nero fatto di ricordi inventati e polvere di gloria.
E già che ci siete
immaginatevi Luce e Marienza che berciano dentro il buco nero
rinfacciandosi un dispetto fatto cinquant'anni prima.
Perché le streghe si
conoscono da quando sono entrate nel coro della Scala, sempre fianco
a fianco in scena e in camerino, si sono fatte piccoli dispetti fino
alla pensione, quando si sono perse di vista per quindici anni.
Rintanate in qualche stanza piena di
foto e di cipria, sono rimaste inermi e tristi, fino a quando parenti
affettuosi e bisognosi dell'appartamento le hanno amorevolmente
scaricate nella Casa di Riposo per artisti Giuseppe Verdi.
Sì, il suddetto Beppe che
osserva dal piedistallo.
Così si sono ritrovate vicine
di stanza, e grazie alla cattiveria hanno ripreso a vivere.
3.
Nelle case di riposo, si sa, il
tempo ha un ritmo tutto suo.
Esiste la domenica, quando a volte
vengono i parenti a portare le paste, ed esiste il tempo di un
calendario personale: il mese di una volta, l'anno di quando, il
giorno in cui.
Nella Casa Verdi la memoria la vedi
e la tocchi, è fatta di costumi, diari, gioielli, locandine ma
soprattutto foto, tantissime foto, pareti intere di foto, cornici in
argento su ogni tavolo, album in ogni cassetto, ritagli in ogni
tasca.
Questa sono io con il Maestro, qui
con l'Ambasciatore, qui con il Principe.
Quella volta quando. Il giorno in
cui.
L'unica a non avere foto è
Gattinoni Eugenia Maria, etoile della danza del tempo dei cavalli,
per dire di tanti tanti anni fa.
Inutile starli a contare, era
un'epoca in cui quando passava un'auto tutti si giravano a guardare,
e un uomo coi guanti bianchi veniva sempre salutato.
Non serve dire sessanta, ottanta
anni fa, perché era un altro mondo.
Gattinoni Eugenia Maria e Aristide
Ariosto Mazzoni sono alieni in attesa di essere riportati a casa.
Immaginate quel mondo, quello
dell'auto scoperta che si ferma in mezzo alla piazza e tutti si
girano.
Il mondo del signore con i guanti
bianchi, che aspetta fuori dal teatro l'uscita della sua ballerina
preferita, la splendida, incantevole, gracile e meravigliosa Eugenia.
Immaginate la diva che esce con un
mazzo di fiori e il viso stanco, pensatela mentre si fa portare via
dall'ammiratore misterioso, e tenete lo sguardo su di loro mentre
sfrecciano via per le strade di Milano
Bisogna tener presenti certi vecchi
film, avvertirne gli odori, inventarsi un colore per la carta da
parati del Grand Hotel dove sono andati ad amarsi.
E non basta guardare nel buco della
serratura, bisogna avere fantasia e pudore per vedere due alieni
amarsi di passione antica.
Vi vengono immagini in bianco e
nero?
Succede, ci vuole un po' di pratica.
Ma anche senza colore va bene,
soprattutto quando dovrete pensare a quella volta in cui milioni di
foto sono volate giù dalla terrazza di una casa del centro.
Foto di cigni, silfidi e contadine
impazzite, foto con l'Ambasciatore, con il Maestro, con il Principe.
Volate giù nel cielo in
bianco e nero di una cartolina da un altro mondo.
Una brutta storia, lasciate stare,
tornate con la mente al buco nero, dove le streghe continuano a
punzecchiarsi e a fare la gara di acuti, e Fernando il trombettista
sediarotellato che corre per le sale della casa come un forsennato
soffiando nella sua tromba.
Arriva Fernando culo caldo!
Pepperepè.
E ci mette un attimo a stirarti
sotto le sue ruote se non ti scansi in tempo.
Se non altro lui del passato se ne
frega, ma è un orchestrale, per lui la gloria è
l'applauso dei musicisti fatto battendo i piedi sul pavimento, dopo
un assolo ben fatto.
Gli orchestrali sono altra roba,
poche storie.
Arriva Fernando culo caldo, e se non
ti togli di mezzo sei fritto.
Pepperepè.
4.
La domenica arrivano i parenti con
le paste.
Cioè, non sempre arrivano e
non sempre hanno le paste, in ogni caso la domenica è il
giorno che appartiene al presente e al mondo di fuori.
Il Mondodifuori in genere si
manifesta sotto forma di annoiatissimi nipoti costretti a sentire i
racconti della nonna per interminabili pomeriggi.
E di solito le paste le fanno fuori
tutte loro. Piccoli bastardi.
Ma a volte succede che la domenica
sera l'Accademia della Scala organizzi delle brevi esibizioni
all'interno della casa, come dire la speranza che rende omaggio alla
memoria, o il futuro che si mostra al passato, come dire siete
vecchi.
Le chiamano serate di solidarietà,
che non è proprio il massimo dell'eleganza, tanto che Fernando
Culocaldo una volta ha detto: se volete farci solidarietà
portateci il panetùn, nel senso di panettone.
Comunque quando arrivano gli allievi
è sempre un momento di eccitazione.
Le streghe si truccano che sembrano
bambole di porcellana squagliate al forno, Fernando prepara sempre
degli scherzi terribili che prima o poi ci rimedia un sacco di botte
se lo acchiappano, e la fu splendida Eugenia si fa portare la sua
poltroncina in prima fila, in modo da seguire lo spettacolo in
silenziosa e dolceamara inquietudine.
In genere vengono quattro o cinque
ragazzi, magari un quartetto e un cantante, o due ballerini e un
pianista, un trio e una ballerina, cose così.
Fanno qualche pezzo del repertorio,
quello che si riesce a fare in uno spazio così piccolo.
I vecchi seguono attenti e ammirati,
sorpresi che continui ad esistere l'Arte nonostante loro abbiano
smesso, inspiegabilmente, di essere giovani.
Dopo lo spettacolino c'è
sempre un caloroso applauso, seguito da qualche consiglio,
suggerimenti dati da chi ha lunga esperienza, ma giusto così,
una piccola osservazione, tutto perfetto eh!, ma quel passaggio, sai
in quel punto, dovresti farlo più... se posso farti un
appunto... se tieni le dita così viene meglio, ma no che dici,
si fa così, senti vuoi che non sappia come si fa, no che non
lo sai, l'ultima volta che hai preso un violino Garibaldi era ancora
vivo!
I giovani ascoltano con rispetto e
ammirazione, cercano di capire le correzioni e di farne tesoro, anche
se a volte è difficile capirli, i vecchi si perdono nei loro
discorsi, si contraddicono uno con l'altro.
Poi quando si accalorano gli tolgono
di mano gli strumenti e cominciano a suonare, ascolta questo, zan
zan, e le streghe si strozzano per beccare la nota giusta, si
gorgheggiano addosso, sempre più acute, sempre più
gracchianti.
Tutta la sera così, con
Ariosto l'alieno che li osserva rabbioso dal suo angolo di universo,
lui non ha consigli da dare né voce per dirli, del resto non
c'è talento nei giovani d'oggi, non c'è speranza per
questo mondo, non c'è Arte che possa sopravvivere, almeno fino
a quando non verranno a riprenderselo i diavoli dell'inferno, o i
parenti, o chi per loro.
5.
La fu meravigliosa Eugenia Maria
guarda con occhi di fuoco i giovani artisti, resta seduta fino alla
fine, poi senza dire nulla se ne torna in camera.
Parla sempre poco l'Eugenia, non si
sa quasi nulla di lei, non ha foto della gloria passata, non ha
scatole piene di cose da rovistare tutto il giorno.
Non ha concesso appigli alla
memoria, se non quello spettacolino degli allievi, che ogni volta la
prende con violenza e la scaraventa ai primi del 900, dove la gracile
Eugenia è una fanciulla dal talento misterioso, con quell'aria
da angelo sperduto, i piedi d'acciaio e le braccia fatte d'aria.
Il direttore della compagnia la
prese neanche diciottenne e la fece debuttare in Giselle.
Chi ebbe la fortuna di vedere lo
spettacolo parlò di struggente poesia, meraviglia, magia.
Tra il pubblico, qualcuno quella
notte fece sogni d'angoscia.
Il mistero ha sempre seguito la
carriera della diva, forse per colpa di quegli occhi così
chiari da essere color del niente.
Sparì dalle scene
all'improvviso, e dal giorno in cui piovvero foto dal cielo nessuno
seppe più nulla.
Le giovani ballerine che vengono ad
esibirsi alla casa di riposo sentono addosso il suo sguardo di fuoco
e ne hanno paura.
Sguardo diventato umido e carico di
tenerezza quando la piccola Angiolina è venuta a fare la morte
del cigno.
Angiolina è una ragazzina dai
piedi d'acciaio e le braccia fatte d'aria, lo sguardo d'angelo
sperduto e gli occhi color del niente.
Quell'assolo che sa di morte era
diventato qualcosa di diverso, era un cigno che si presenta alla
vita, lo spaventoso giorno in cui l'anatroccolo diventa cigno.
Nonostante l'incredibile somiglianza
tra Angiolina e la piccola ballerina dei primi del 900, quella volta
Eugenia non viaggiò nel tempo, rimase ancorata al mondo
presente di Angiolina che fa la morte del cigno, era a tutti gli
effetti seduta su una poltroncina damascata a guardare con gli occhi
lucidi qualcosa di straordinario: il talento.
Il talento, che cosa bizzarra, tutti
credono di averlo eppure rimangono a bocca aperta ogni volta che se
lo ritrovano davanti per davvero. Non ci sono discussioni, non ci
sono consigli, si può solo rimanere a bocca aperta, come le
streghe, finalmente ammutolite, o come quel crapone di Fernando che
quasi gli veniva da piangere.
Alla fine dell'esibizione Eugenia
chiamò Angiolina e la fece avvicinare, le prese le mani e le
sussurrò: la danza è un'arte fragile e misteriosa. Tu
hai un dono prezioso, abbine cura.
Angiolina ascoltò con la
faccia seria dei ragazzini quando sono seri.
Non era molto chiaro il discorso
della vecchia, però parlava di dono prezioso e sicuramente era
una cosa buona.
Si promise di custodirlo per tutta la
vita, di qualunque cosa si trattasse.
6.
Così passa il tempo alla casa
di riposo, a sbalzi e sussulti, corse in avanti e tuffi all'indietro.
C'è una pendola impazzita che
quando vuole fa cucù, ed ecco che sei ai primi del 900, in una
scuola di danza che odora di sudore e ormoni in crescita, poi di
nuovo cucù, e sei a oggi, nell'anno di adesso, nel mese di
ora, a guardare la morte di un piccolo cigno.
Viaggi nel tempo individuali, ma può
capitare che qualcuno venga trascinato di riflesso nel viaggio di un
altro.
Come quando Ariosto era in piedi in
mezzo alla sala, in piena notte, praticamente al buio, a cantare la
Traviata.
Dalla sua voce non usciva nulla, il
corpo e la voce avevano preso una distanza spazio-temporale troppo
grande.
Eugenia stava passeggiando per i
corridoi e lo vide, all'inizio non capiva, lui era di schiena e si
muoveva come se fuori dalle finestre ci fossero mille persone a
guardare, la scena le era familiare al punto che sentì
saltarle in gola quella prugna secca che fungeva da cuore.
Entrò nella stanza e in un
attimo venne risucchiata nel vortice di quel viaggio nel tempo.
Si ritrovarono negli anni '50, al
Regio di Parma, lui era sul palcoscenico a cantare l'ultima aria di
Traviata.
Aristide era un giovane tenore al
suo debutto al Regio.
La voce era potente e cristallina,
l'esecuzione non perfetta ma così carica di passione che il
pubblico era rapito ed emozionato.
In prima fila erano seduti Eugenia
Maria e il suo misterioso amante, si tenevano la mano e palpitavano
insieme ad altri mille per la triste sorte di Alfredo e la sua
Violetta.
Alla fine dell'opera Aristide avanzò
cauto in proscenio, quasi timoroso della risposta del pubblico.
Venne accolto da un fragore che lo
stordì, rimase con un sorriso ebete e lo sguardo perso per
qualche istante, poi sentì crescere una gioia così
grande che avrebbe voluto urlare, sì, tirare fuori tutta la
voce e consumarla per intero in quella serata.
E forse ne sarebbe valsa la pena,
senza dover patire l'angoscia delle prime stecche, della voce che ti
tradisce all'improvviso, e infine della malattia che lega le corde
vocali e ti toglie per sempre le note e le parole.
Sì, ne sarebbe valsa la pena.
7.
Maria Eugenia e l'uomo misterioso
uscirono dal teatro pieni della gioia di chi sa di aver partecipato
ad uno storico debutto, solidarietà d'artista e passione
carnale rendevano quella serata bella e speciale, che avrebbe avuto
la sua giusta conclusione nella stanza di un hotel.
Camminavano per le strade
abbracciati e sorridenti, molti del pubblico avevano riconosciuto la
stella della danza e la salutavano con un cenno della testa.
Nell'aria notturna di un mondo senza
auto lo sparo suonò come lo starnuto di un dio.
L'uomo misterioso si accasciò
al rallentatore, si percepì il movimento rapido di un paio di
ragazzi che sgusciavano via, perdendosi nella notte.
Quella sera finì la vita del
misterioso amante di Eugenia.
Si dice che fosse un importante
impresario e che fosse straniero.
Si dice che venne ucciso per vecchie
storie legate alla guerra.
Si dice che Eugenia si ammalò
di malinconia e da allora il tempo si incastrò, il tempo si
incastrò, il tempo si incastrò.
8.
Un uomo di novant'anni è
seduto su una sedia più vecchia di lui messa sul bordo della
galassia.
Ha una scatola sulle ginocchia con
dentro foto, bigliettini e articoli di giornale, come dire la
scatola nera della sua vita, come dire tutto ciò che resta.
Lì dentro la macchina del
tempo impazzisce, gli anni si accavallano, si sovrappongono, il prima
e il dopo si scambiano, gli istanti si ripetono.
In quella scatola c'è
l'universo prima del Big Bang.
Ora il vecchio ha tra le mani una
foto scattata in un camerino, lui ha addosso il costume di Alfredo e
sorride impacciato ad una bella signora venuta a complimentarsi con
lui.
Ecco, q
uesto
è il giorno del tuo debutto al Regio, quando avresti voluto
gridare così tanto da esaurire la voce tutta in quel momento.
Ne sarebbe valsa la pena, vero? Ricordi quanti applausi, e com'era
bello continuare ad uscire fuori dal sipario.
Bravo! Bravo! Bravo!
Quanta gente venuta a congratularsi
in camerino, c'erano i signori importanti, ma nessuno era importante
come te quel giorno.
Questa bella donna, sì, ora
ti viene in mente, era una famosa stella del balletto, ti disse che
le avevi regalato una grande emozione, era felice.
Ricordi quegli occhi che a guardarci
dentro facevano paura?
E quell'uomo che si intravede nella
foto, il tipo assassinato all'uscita del teatro, ricordi?
Alzati da quella sedia e va' da lei,
vai dalla signora con gli occhi color del niente e portale questa
foto, i giochi del destino sono oscuri e maledetti, e tu non puoi
far altro che portare la foto alla donna senza passato e dirle che si
possono buttare dalla finestra tutte le foto, ma il dolore resta
dolore e il buco che ha nell'anima non si riempirà più.
9.
Ariosto si è fermato sulla
porta della stanza di Eugenia, lei è di spalle e tiene la foto
tra le mani.
Da troppi anni non vede un'immagine
della sua vita e guardarla adesso è come fissare il sole dopo
cento anni vissuti al buio.
Sente male agli occhi e al cuore,
Eugenia si siede, ci vuole tanto sangue per provare un'emozione così
forte e quella prugna secca che ha nel petto non ce la fa.
Una foto che è come milioni
di foto dentro una scatola, è una bomba messa in un magazzino
pieno di oggetti, è un paio di scarpette che fanno male e un
tutù bianco per fare il cigno, è il primo spettacolo, è
la musica della pazzia di Giselle, m'ama non m'ama, è un
applauso che non finisce mai, è un uomo misterioso da
amare alla follia e cercare con gli occhi nel buio della platea, è
uno sparo nella notte, è uno strano malessere che non va più
via.
Ariosto vorrebbe dire che gli
dispiace, forse non avrebbe dovuto farle vedere la foto, vorrebbe
scusarsi di tanta indelicatezza, ma Ariosto non ha voce ma solo lacrime
e mani.
Le accarezza la testa, lei lo guarda
con gli occhi color del cielo, vorrebbe dirgli di non preoccuparsi, è
la vita che è strana, e che le è piaciuto sentirlo
cantare, vorrebbe dirgli che è stata contenta di vedere la foto, e che non
importa, veramente, amico caro, non mi importa.
A volte nella casa di riposo
Giuseppe Verdi il tempo riprende il suo percorso, il giorno e la
notte, i mesi e le stagioni, tic tac tic tac, e non c'è
scatola di foto che lo possa fermare.
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