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La storia del marchese che aveva sempre freddo e del nonno di mio nonno che portò la famiglia al mare
Questa è la storia che il nonno di mio nonno raccontò a mio nonno e che mio nonno raccontò a me un pomeriggio che fuori pioveva e non si poteva uscire a giocare.
E' la storia del nonno di mio nonno che faceva il carbonaio nel quartiere San Lorenzo e di un marchese vecchio come il cucco che aveva sempre freddo.
Il nonno di mio nonno si chiamava Ernesto detto Nerone perché era sempre tutto nero e gli piaceva stare in mezzo alle fiamme.
Sua moglie si chiamava Maria ma per tutti era Nerina la moglie di Nerone.
Nerone aveva otto figli il primo dei quali chiamò Primo, per far capire a Nerina come sarebbero andate le cose.
L'ultimo lo chiamò Ultimo perché il nonno di mio nonno aveva sempre le idee chiare in fatto di figli.
Un giorno nella bottega tutta nera di Nerone venne il servitore di un marchese che abitava da solo in un palazzo poco lontanto.
Dicevano che avesse cento anni ed era ricco come un re, ma aveva un solo servitore che era vecchio più di lui.
Il servitore disse al nonno di mio nonno di portargli quanto più carbone potesse perché il marchese aveva freddo e non riusciva a scaldare la sua casa.
Il servitore pagò in contanti e il nonno di mio nonno non disse nulla, caricò se stesso e i suoi 3 figli più grandi di sacchi di carbone, e in fila indiana si avviarono dietro al servo, prego prego, vi faccio strada.
Il servo era rigido come un pinocchio e camminava con un piede solo, nel senso che per avanzare usava il piede destro, mentre il sinistro si muoveva per raggiungere l'altro, e così destro avanza sinistro raggiunge, destro avanza sinistro raggiunge, dopo un po' tutto il corteo aveva la stessa andatura, che sembrava la marcia solenne di un esercito di zoppi.
Entrarono nel palazzo e sentirono subito un gran freddo, ma era ancora nulla rispetto al gelo che regnava nel salone principale, dove si ergeva un camino gigantesco che spillava fiamme come quelle dell'inferno, ma che per incanto non facevano nessun calore.
Di fronte al camino stava una poltrona antica di pelle di cervo, si capiva che era pelle di cervo perché le corna erano ancora attaccate.
Sopra la poltrona e sotto le corna c'era una montagna di coperte, di lana, di camoscio e di orso, e in mezzo a questo mucchio sbucava la faccia rinsecchita e tremante del marchese.
Nerone svuotò il primo sacco di carbone tra le fiamme, poi si volse verso il marchese per capire cosa avesse dovuto fare degli altri sacchi, la testa rinsecchita indicò il fuoco, e anche per gli altri sacchi indicò muto le fiamme di quell'inferno casalingo, che cresceva sempre di più e nulla scaldava.
Quando i sacchi terminarono il servitore disse prego faccio strada, e destro avanza sinistro raggiunge li accompagnò fuori, dove l'inverno romano tornava alla sua mite frescura.
La casa del nonno di mio nonno era un piccolo appartamento scaldato da una stufa di ghisa, e con poco carbone si poteva stare in mutande come d'estate.
Mentre erano seduti tutti intorno alla tavola per la cena, Nerone si mise a pensare al povero marchese e a quel fuoco che non scaldava, guardò i suoi otto figli e la sua unica moglie, guardò la tavola apparecchiata e la stufa con la minestra che bolliva e all'improvviso capì cosa ci voleva.
Senza dire nulla staccò una gamba del tavolo, lasciando la famiglia stupita e il tavolo invalido, e si avviò verso la casa del marchese.
Il servitore assonnato ma sempre in livrea lo fece salire al salone, dove la testa del marchese dormiva con una stalattite di moccio che pendeva dal nobile nasone.
Nerone buttò il pezzo di legno tra le fiamme, e subito vampate di calore uscirono dal camino.
La stalattite si sciolse e il marchese si svegliò, osservando stupito ed emozionato quello strano fuoco capace di scaldare.
In pochi istanti tutta la stanza era calda come una giornata di primavera a Villa Borghese.
Il vecchio si agitò sotto le coperte, Nerone e il servitore col suo passo smezzato accorsero per aiutarlo a liberarsene.
Ne uscì un uomo alto e magro, così curvo che avresti potuto chiuderlo in una valigia.
Si alzò in piedi e si avvicinò al fuoco, che intanto aveva scaldato l'intero palazzo di un calore così bello che il marchese scoppiò a piangere come un bambino.
Fece portare dal servo un piccolo forziere, dal quale prese una generosa manciata di monete per il nonno di mio nonno, il quale non avrebbe potuto vedere tanti soldi neanche se avesse venduto tutto il carbone del mondo.
Il nonno di mio nonno tornò a casa e gettò tutte le monete sul tavolo, che finalmente si rovesciò dopo un eroico e tripodico equilibrio.
Il mattino dopo mise un cartello sulla porta della bottega con scritto: TORNO SUBBITO.
Noleggiò una carrozza, ci mise sù moglie e otto figli e si avviò verso il mare, che nessuno di loro aveva mai visto.
Il marchese, dopo aver danzato nudo per tutto il palazzo, felice di tanto tepore, si buttò sul letto stremato e cominciò a sognare spiagge africane e giovani negre, elefanti che giocano a polo e uccelli del paradiso.
Poi sognò la principessina Eleonora e il suo cappello di paglia, conosciuti entrambi alla corsa dei cavalli, sognò pomeriggi nella casa di campagna a saltare la corda con la cugina Sofia.
Sognò sua mamma la marchesa, con le tette grandi e la pancia bianca, e poi se stesso bambino, a succhiare latte e stringere i pugni.
All'alba il legno del carbonaio era tutto consumato e il gelo colse il marchese nel sonno, gli diede il tempo di un colpo di tosse e lo stroncò.
Il servitore lo trovò nudo e ghiacciato, rannicchiato al punto che potevi metterlo in una valigia.
Lo copri con una coperta e, destro avanza sinistro raggiunge, prego si fece strada a cercare un prete.
Questa è la storia del marchese che aveva sempre freddo e del nonno di mio nonno che portò la famiglia al mare, che mio nonno mi raccontò un pomeriggio che fuori pioveva.