Massimiliano Volpini

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cigni, balene e sbadigli

Stavolta il direttore è proprio furibondo, cammina per l'ufficio parlando e gesticolando, non urla perché lo sconforto è troppo grande.
È sempre stato tollerante con Arturo, gli lascia fare un po’ di baccano perché in compagnia un giocherellone ci sta anche bene, spesso aiuta a stemperare la tensione, quante volte è stato provvidenziale con una battuta, una finta caduta, un rumoraccio.
E soprattutto gli sta simpatico, trova persino del genio nelle sue buffonate, ma stavolta ha proprio esagerato, entrare in scena vestito da cigno, e per tutto l’atto, con le ragazze intorno che non trattenevano le risate, la prima ballerina nera dalla rabbia, uno spettacolo rovinato, ecco, non ci sono scuse.
Il direttore non sa più cosa dire e infatti ripete sempre le stesse cose, ti dovrei licenziare, che altro potrei fare, licenziarti...
Arturo è seduto di fronte alla scrivania, guarda la sedia vuota del direttore come se la voce gli arrivasse da lì.

Non ha ancora aperto bocca da quando è stato convocato, sa di aver oltrepassato il limite anche se intimamente avverte un certo orgoglio per quello che ha fatto: due settimane di lavoro clandestino per imparare la coreografia, la cura dello stile e dei dettagli, si è persino depilato gambe e petto, e alla fine non ha sbagliato un passo!
Perché in fondo questo è stato il suo modo di festeggiare i vent'anni di carriera.

Il direttore finalmente si rimette seduto, ora Arturo se lo trova di fronte, in attesa di qualche scusa, di un alibi forse, del solito pianto di coccodrillo, delle solite bugie, sei come Pinocchio, gli dice sempre.
Ma Arturo stavolta non ha voglia di frignare, non gli interessa passarla liscia, gli sta bene così, qualunque cosa accada.
Però ha voglia di parlare, perché il direttore è un brav'uomo, e così comincia a parlargli di cose così, di sua moglie ad esempio, che sa che un giorno o l'altro lo cacceranno da lì per aver fatto il buffone una volta di troppo, o di suo figlia, che crede ancora che suo padre sia una grande stella del balletto, o di quando capì con esattezza che l'ultimo brandello di passione gli era volata via: era durante il terzo atto di Bella Addormenta, lui se ne stava imparruccato e immobile a guardare l'infinita serie di danze, sentì una specie di nodo in gola, lo sentì percorrere tutta la giugulare, arrivare alla bocca e uscire sotto forma di sbadiglio, e lì disse la fatidica frase: ragazzi come mi sto rompendo le palle!
E da quel momento, da quel preciso momento ha iniziato a fare lo scemo, così, per sopravvivere, tanto per non buttarsi via del tutto, per evitare il disprezzo dei nuovi arrivati.
Perché questo è un mestiere da ragazzini, bisogna avere la testa piena di sogni e i muscoli elastici, ma questo lo sa meglio di me, signor direttore, e che a volte è proprio dura litigare con il proprio corpo.
E come si fa ad avere la testa piena di sogni quando la vita ti ci butta dentro tanta spazzatura? tanto vale allora fare il buffone, se strappo un sorriso sono contento, mi basta poco.
Quando li vedevo dietro le quinte che ridevano come matti per il mio cigno mi sentivo una star, ero felice, ridevano tutti e io ero felice, lo rifarei di nuovo, anche se decidesse di cacciarmi via.
Tanto mia moglie lo sa gia' che un giorno o l'altro torno a casa con le scarpette in mano, me lo dice sempre: alla prossima ti sbattono via e a te ti faccio mangiare le scarpette.

Ma lo rifarei, giuro, è stata la soddisfazione più grande della mia vita.
Anzi no, la più grande è stata mille anni fa, dentro la pancia della balena, sì, proprio come Pinocchio.
Ero appena entrato in compagnia, non avevo ancora trovato una casa e non avevo più soldi per l'albergo, così per qualche giorno dormii in teatro.
Dovrebbe vedere cos'è questo posto di notte, bellissimo e spaventoso al tempo stesso, sembra veramente il ventre di una balena, la pancia di un pesce enorme che si nutre di costumi, pezzi di scena e strani macchinari.
Quando i rumori più strani m’impedivano di dormire me ne andavo in palcoscenico a danzare.
Le viene da ridere, vero?
Ma avevo vent'anni, i muscoli scattanti e la testa piena di danza, non facevo che studiare, provavo le variazioni in continuazione, mi torturavo il fisico per modellarlo, e la notte me ne andavo in scena a ballare.
All'inizio faceva paura, tutto buio e cigolante, ma poi ci si abitua, anche ai fantasmi ci si abitua.

Eh si! perché questo teatro è pieno di fantasmi, fantasmi che cantano, ballano, suonano, ce ne sono tantissimi, ma non bisogna spaventarsi, sono qui solo per continuare la loro arte, sono quelli che ce l'hanno avuta nella testa fino alla morte, non come me, che mi è volata via insieme ad uno sbadiglio.
Quando finalmente ho trovato casa decisi di fare uno spettacolo per i fantasmi, volevo ringraziarli per avermi fatto compagnia.
Così ho preso il più bel costume che ho trovato, ed era proprio quello del principe Siegfrid, buffo no? mi sono truccato e pettinato con il massimo della cura come se fosse una prima al Royal Ballet.
Ero emozionatissimo, dalle quinte li sentivo che parlottavano, saranno stati duemila.
Pensi, duemila fantasmi nella pancia di una balena che aspettavano solo me, duemila anime con ancora la testa piena di passione.
E a quel tempo ce l'avevo anch'io la passione, sembrava non dovesse finire mai, pensavo non sarebbero bastati un miliardo di sbadigli per cacciarla via tutta.
Feci uno spettacolo magnifico, deve credermi, non ho mai ballato così bene, è stato un trionfo, duemila fantasmi in piedi che applaudivano e urlavano, avrebbe dovuto vedermi, sarebbe stato orgoglioso di me, sì, avrebbe dovuto essere lì quando ringraziavo commosso, non ricordo più quante volte mi sono inchinato con la mano sul cuore, grazie, grazie, siete molto gentili, ma questo spettacolo è per voi, voi che non smettete mai di studiare, di provare e riprovare, di vivere e morire con un'unica idea nella testa.

Mica come me, signor direttore.



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